Torno a scrivere sulle colonne telematiche di qui sopra dopo tanta attesa, mia soprattutto e anche un poco vostra, da ciò che leggo. Volevo fare grandi cose: cambiare la grafica, accedere finalmente al Technicolor.
Ma come sempre, quando si vogliono fare grandi cose si finisce per non fare nulla o come Napoleone.
Colonne telematiche ho detto: come se fossi alla guida di un quotidiano, un rotocalco oppure la settimana enigmistica.
Da quali colonne scrivo e perché?
Questo è un blog di immagini e poesia o perlomeno, ciò che ha avuto la pretesa di essere giunto fino a qui, al bolognino di pietra con soprascritto 600.
Nel lento cammino fino a questo sasso, abbiamo (forse) ed ho tenuto sempre fede ad un vecchio modello di reazione artistica: in una polemica di inizio secolo studiata al liceo di cui ricordo poco, uno scrittore francese -forse Proust?- veniva accusato di non prendere posizione con la sua penna circa un caso di ingiustizia nazionale. L'accusatore, anch'egli scrittore, si domandava come un'artista potesse non prendere posizione di fronte ad un'ingiustizia di quella gravità e, più in generale, quale fosse il ruolo di un'artista in queste situazioni, di come e con quale intensità dovesse essere la risposta, ammesso che ci fosse l'esigenza di darne una. L'accusato rispose che egli non aveva bisogno di prendere posizione, di scrivere deliberatamente circa quell'argomento, poiché in realtà, con la sua arte -la scrittura in questo caso- egli lo aveva già fatto, probabilmente prima e forse anche per il tempo a venire.
Ho sempre creduto che questa fosse una buona posizione, sebbene in parte radical chic. Come a dire: "non c'è bisogno che ti dica che stia politicamente a destra o sinistra, la mia arte parla in tal senso già da sola".
Ma col passare del tempo mi sono ricreduto.
Di più, mi sto ricredendo in questo particolare momento storico, qui ed ora.
Se è vero che "ripetere giova", allora è altrettanto vero che mettere le cose sotto al sole, reiterandole, serve. Serve perché mi accorgo che la situazione delle famiglie italiane è disastrosa. Serve perché le nuove generazioni sono senza memoria, visto che l'unica che hanno è quella del loro I-Pod che pensa e immagazzina per loro tutto ciò di cui hanno bisogno. Serve parlare in modo chiaro e netto, oggi più che mai: perché l'aria che si respira in questo paese è di cadavere.
Non parlo solo del Paese come entità astratta: parlo delle strade, delle fermate dei tram, delle labbra che si muovono dall'ortolano, delle prime classi elementari chiuse, dei vecchi che diventano cianfrusaglie da buttare e non più memoria in vita da ascoltare per tentare di avere una vita migliore.
Ecco la memoria di un bambino: un I-Pod al posto del nonno.
Fonte di ispirazione per tutto questo tracollo ce n'è in ogni dove: aprendo il giornale, ascoltando la radio, fermandosi sotto la pensilina della stazione ferroviaria. Non voglio dire accendendo la televisione, perché la televisione andrebbe disciolta nell'acido, e con esse tutti quelli che scorrono suoi suoi falsi fotogrammi.
Mi spiace per questa posizione integralista ma non vedo altre soluzioni possibili.
L'ultima volta che scrissi da qui sopra era crollata l'Aquila. In questo mese di mia forzata assenza (anche se più che di assenza parlerei di impossibilità di reazione), oltre a non essere cambiato nulla per quei disperati, ho visto sempre più il peggio del peggio del paese in cui vivo.
Ciò che succede è sotto gli occhi di tutti, ma non cambia nulla.
E questo è molto. Molto grave.
Fino a qui mi sono chiesto come potessi reagire dal nostro 9 di sera: se è vero, come dice Dylan Thomas, che "il mondo non è più lo stesso dopo che è stata scritta una bella poesia."
Mi piacerebbe fosse così, avrei preferito seguire la voce del vecchio Dylan. L'ho fatto fino ad ora, ma adesso non ci riesco più.
Forse è vero: è dura ridere quando la nave affonda, dura continuare a suonare quando il Titanic si inabissa, dura non pregare un dio quando il tuo A330 cola a picco nell'Atlantico mentre stai ascoltando la samba brasiliana in emmepitrè.
Si dice che la tempra di una persona si veda nei momenti come questi. C'è chi reagisce come un monaco Zen, senza far trasalire il minimo sussulto emotivo, o chi si dispera imprecando il suo dio perché gli sta rubando la vita. C'è ancora chi pensa che la morte sia invece un premio o che sia solamente, finalmente, il passaggio al nuovo corpo che tanto si è sperato. E così via.
È nei momenti peggiori che non ci si dovrebbe lamentare ed è forse nei momenti come questi che il musicista deve continuare a suonare, che lo scrittore deve continuare a scrivere, eccetera eccetera.
E tuttavia.
Se è vero che l'arte è una spugna che filtra qualche cosa, perché non inventa nulla, perché non nasce in una capsula interna all'essere vivente quando viene partorito, ebbene, se è vero che tutto viene reimpastato, che la materia dell'arte, sia essa di provenienza fisica, spirituale, religiosa (o quello che volete) è sempre e già presente, se è vera questa cosa, dicevo, è vero che in momenti come questo la materia di base, il quid da cui partire è talmente terrificante che il solo maneggiarlo diventa impresa di carattere epico. Proprio per questo motivo non c'è più spazio per aggiungere qualcosa, tutto è già occupato: un'artista o chicchessia (e non voglio dilungarmi sull'origine di questa parola) trova uno spazio, una frattura, si insidia in una fessura e cerca di allargarla, non già delle sue dimensioni, ma del suo senso: io, artista farlocco, camionista dell'anima, pittore della domenica o musicista condotto da una Supernova nel teatro del Cosmo tento di accrescere e potenziare questo riverbero, mi faccio elastico effimero per far si che la voce raccolta arrivi più lontano, più in basso, più a destra, più a sinistra. Cerco di muovere quest'energia, cerco di darle nuova direzione, cerco di usare le mani per spingere l'aria.
Se trovo una ferita cerco di farla sanguinare, se trovo una luce cerco di farla risplendere:
ma se non trovo nulla?
Io non trovo più nulla. O quasi.
No, non ho solo bisogno della solita prescrizione di Xanax per dormire.
Non mi serve il Levopraid a colazione.
Non ho solo bisogno di andare dal medico se mi risveglio col formicolio a braccia e gambe e la bava alla bocca.
Non ho bisogno di una medicina che si dica scienza e che faccia di tutto per nascondere o lenire il dolore di una vita che, vivendo in questo momento, su questa terra, altro non può fare che contorcersi e soffrire.
Non ho più bisogno di quello che ha spinto il vascello malato fino a qui.
Devo gettarmi in queste acque scure, fredde, profonde.
Devo farlo.
Devo fissare il vuoto in modo così forte da vederci dentro i miei occhi.
Devo mordere le ossa alla morte, sott'acqua, mentre la vedo sfocata come un'ombra di cui sento a malapena la risata soffocata dalle acque scure.
Non so se stia ridendo, se stia piangendo, perché l'acqua, oltre al mio respiro, toglie il mio e il suo nome.
Abbracciati, qui sotto, forse per sempre, forse per la durata di un sogno bianco.
Andare avanti, partendo da qui, come diceva l'amica Elena, per altri 600 km: in quale direzione?
Un giorno scrissi verso la fine: "tutto batte la vita/ anche alle dieciemmezza di un mercoledì che non hai chiesto".
Prendo uno spillo, lo metto su una carta di navigazione.
Scegliete la vostra carta, il vostro spillo: e tracciate i seicento chilometri che da oggi potreste fare.
Il resto lo sapete da voi
Commenti:
WOW! quanti problemi, quali vertigini ed abissi sollevi e lasci intravedere, max caro.
accantono il genius e tento di scrivere la prima cosa che mi è venuta in mente a legger questa pagina tanto densa…mi hai fatto ricordare che ad uno dei suoi ultimi seminari, chiesero ad heidegger: ‘come incarnare la ‘rivoluzione spirituale’? come sfuggire al dominio del pensiero calcolante? come è ‘un nuovo inizio’, come lo si diviene?’.
a quanto pare, nello stupore generale, egli rispose lì per lì : ‘innanzi tutto, farla finita con il turismo’. La ‘vacanza’, il vacuum cui pensava heidegger è evidentemente quella del divino,
la ‘fuga degli dèi’ che Holderlin aveva cantato nella sua poesia e che era il cuore stesso della sua arte. Turismo è dunque la traduzione estiva di un modo di rapportarsi al mondo che è quello occidentale: il lavoratore vi trova il suo momento di riposo e rigenerazione, mentre ‘il mondo’ non ne ha alcuno, deve sempre e comunque servire l’uomo. per il mondo, ridotto a mezzo, non c’è pace. ecco perché il turismo è tra i segni della ‘fuga degli dèi’.
ma qualche volta il turista si perde, mi dico, perde la sua guida, dimentica sul cassetto la lonley planet del momento e il mondo torna ad apparire un mistero, indisponibile, segreto, pericoloso e affascinante…il turismo lascia il posto al viaggio, ai sentieri che ‘non conducono in nessun luogo’.
‘dove sei?’ chiede dio all’adam, all’uomo (come se l’onnipotente potesse non saperlo)
e così, diceva sini anni fa, lo consegna alla domanda e al non aver un luogo proprio
in cui stare, all’inquietudine delle creature, la cui (intensità di) vita sta tutta nel loro
stesso transitare, e non nella meta che più o meno si prefiggono e raggiungono.
W il seicento! secolo barocco del sublime e chilometro albicante.
ronchausen - 11.06.09 18:51
dell'animale-animato...
http://photo.net/photodb/photo?photo_id=3379969
la baronesse - 16.06.09 21:58
Ho una strana sensazione di déjà-vu sull'orario. Sarà l'abitudine ma prima di riuscire a dormire vigilo e controllo questo sitio, che ho nel "segnalibri" del web, che mi riporta in terre patrie.
Bentornato max, innanzitutto.
L'approccio catastrofico, basti sfogliare mentalmente gli ultimi film di hollywood, è la parte più godibile ed escrementizia che ci tocca. Gli uragani, i terremoti, e il dramma dell'ultimo giorno sono il fiore all'occhiello del botteghino planetario. Perchè la catastrofe si percepisce tanto nell'eroicità degli oscar americani quanto nelle pieghe delle buste paga europee.
Noi forse, dico noi che non pubblichiamo libri a volte rivelatori, scontiamo la pena di non saper raccontare le cose che ci capitano o ad altri malaugurati toccano in sorte.
La possibilità di un'epica dell'espressione. Gli umori, il sangue, i desideri, la pasta, come chiamano i soldi in spagna, sbattono in continuazione contro la carne frollata dei senza nome, dei senza numeri, di chi fa del cinismo l'amore da abbandonare al più presto senza un umiliazione più chiara a cui fare affidamento.
Se il basso è la direzione guida, sà di truffa alla felicità. Quando è la riscossa a illuminare le spade, sà di guerra il moto collettivo e di marmellata lo slancio individuale.
Gli dei se ne sono andati e hanno dimenticato di saldare il conto? Scopriamo come pagarlo. Se le cambiali sono il nostro destino, il nostro futuro prossimo, estinguiamolo per altri che verranno dopo di noi. Non tanto come punizione quanto vicini ad un gesto che sia un passo per i figli che non avremo forse il tempo di veder camminare.
mimì - 17.06.09 03:41
meglio le puttane che dormono in chiesa che tutto questo dover pagare conti ed estinguer cambiali! come le colpe nemmeno i meriti dei padri (e delle madri) ricadranno sui figli...per lo meno non su quelli che 'avremo'. forse su quelli che siamo o siamo stati...chissà!
ronchausen - 17.06.09 23:38
Certo il colore dei soldi spaventa passeri e passere di questo mondo virtuale. Forse si vive in continuazione con l'ausilio del motore, chissà poi quale.
mientus - 18.06.09 00:52
a milano sta diluviando.
ronchausen - 26.06.09 00:50
In cuor mio succede da una vita.
max - 26.06.09 12:58