9disera Photoblog

Friss, Vogel, oder stirb

Km. 604

Friss, Vogel, oder stirb

Uccellino o mangi o muori. Suona più o meno così un modo di dire tedesco. La prima volta lo lessi su un testo che parlava di secolarizzazione. Avevo, credo, 28 anni.
Questo piccolo proverbio mi rimase in testa: breve, efficace e soprattutto sempre attuale.
Come ora, che siamo attorniati dal Virus A, accerchiati dal terrore di non passare l'inverno se, ancora una volta, la gaia scienza non correrà in nostro aiuto. Forse più che della scienza avremo bisogno della tecnologia, di tutti i passi da gigante che essa compie in favore dell'uomo. E basta guardarsi intorno, dal pianerottolo sotto casa, per capire come questa tecnologia ci dia una mano.


Abbiamo passato mesi di bombardamento e terrorismo mediatico e adesso siamo cotti a puntino: prima c'era l'Aviaria, ora c'è il Virus A. La corsa delle industrie farmaceutiche è sul filo del rasoio: chi arriva prima, chi produce di più, vince la fetta più grossa. "Hanno testato su 8000 persone il vaccino". Viene da chiedersi chi siano questi 8000 fortunati. Ancora una volta, in qualche improbabile inchiesta che dura lo spazio di un mattino, salterà fuori che quegli uomini venivano pescati dalle zone povere di chissà quali città, comprati per qualche dollaro e due pasti al giorno, per fare da inutili cavie. Inutili cavie, perché 8000 mila topi umani non danno la certezza delle complicazioni che può avere un vaccino su un numero ben più ampio. Senza considerare che nessuno, come sempre, calcola gli effetti a lungo termine. Ma se facessimo questi discorsi verremmo accusati di fare filosofia, di rimanere nell'astratto mentre muoiono le persone. Bisogna correre. Bisogna che il pragmatismo vinca. Ed eccolo il pragmatismo, dentro un boccetta di vetro distribuito da un ago. è quello che avviene sempre, ormai da decenni, nel grande capitale dell'industria farmaceutica. Ancora una volta, l'agnello grasso è spolpato dalle grandi multinazionali e la sua pelle è la nostra. Di fronte ad altisonanti cartelli sui quali leggiamo "ricerca scientifica", "sperimentazione", vediamo pullulare un esercito di rassicuranti cervelloni, tutti con rigoroso camice bianco e qualcuno con i capelli arruffati e gli occhialini, giusto per ricordarci che anche Einstein era così, e infonderci, quindi, quella fiducia che solo un'immagine sedimentata nell'immaginario collettivo può dare. Tutto fa brodo, il marketing lo sa bene, le multinazionali anche. Noi stiamo sotto questo rullo compressore: ma del resto c'è chi dice che siamo in troppi sul pianeta, ed una sgrassata ogni tanto va data per liberare posti.
Stiamo vivendo un'epoca di cui faccio fatica ad immaginare un futuro vivo. Probabilmente, se il pianeta regge, l'uomo e il suo organismo si adatteranno anche a questo. Per il momento, credo che le nostre generazioni siano nell'occhio del ciclone. Prima di noi, tiepidamente -e a volte nemmeno così tanto- hanno iniziato quelle dei genitori, e dei nonni prima di loro. Problemi di salute che si trasformano in malattie incurabili di fronte agli sguardi abbassati ed inerti della medicina e della gaia scienza. Ed è ciò che succede ora, con sempre più frequenza, con sempre maggior forza, sotto i nostri occhi obbligati a chiudersi in uno "speriamo che non succeda a me" che non ha la stessa certezza del proiettile nella roulette russa. Senza contare lo sterminato elenco delle malattie sconosciute, dei morbi rari, dei ceppi di virus di cui nessuno ha la minima conoscenza (li hanno in pochi, e quindi non ci sarebbe guadagno a svilupparne qualche rimedio): ci bastano e avanzano quelli di cui abbiamo conoscenza, poiché anche di fronte a questi la medicina e la scienza alzano le braccia. Ma sotto queste braccia, le tasche però sono stracolme di denaro, sempre per quei pochi che hanno avuto il coraggio di speculare sulle vite degli altri. Noi, che in fin dei conti, siamo buoni e abbiamo una famiglia, moriamo nelle atrocità di un destino già scritto, ma ci consoliamo perché moriamo si presto, ma con dignità morale.

Lo stato attuale della ricerca, della scienza e della medicina è questo: un grande sistema asservito al capitale. Non esiste ricerca se non esiste farmaco. La ricerca è il farmaco stesso. Chi cura con rimedi naturali è un ciarlatano. Chi crede che l'organismo umano abbia in sé tutte le forze per reagire, con il proprio sistema immunitario, anche alle peggiori malattie, è un ciarlatano. Non ci sono evidenze scientifiche. L'evidenza scientifica è tutto. Se poi certo, la statistica ci dice che quella cura funziona una volta su 100000 beh, è l'unica che abbiamo quindi dobbiamo proseguire con forza in quella direzione. Anche questa è un'evidenza scientifica.
La forza della pillola va oltre qualsiasi cosa. La deglutiamo con un bicchiere d'acqua e ci sentiamo meglio.
La medicina è amara ma la dobbiamo pure prendere. E continueremo a prenderla, chissà per quanto.
Chissà se mai e quando verremo a sapere tutti gli effetti di quelle variopinte scatolette che vediamo pullulare sugli scaffali delle sempre più affollate farmacie. Chissà quando i medici avranno il coraggio di parlare, di ribellarsi a questo sistema, di redimersi.
Fino ad allora vivremo all'oscuro di tutto ma, quello che è peggio, moriremo firmando delle carte che ci chiedono di ottenere il consenso per morire. Grande conquista del progresso medico-giuridico. I dottori, novelli agenti vendite delle industrie farmaceutiche, ci avvelenano con le pilloline colorate ma sotto il nostro consenso. Perché il consenso è ridotto a questo: uccellino o mangi o muori. È commovente. Un impianto magnifico e perfetto.
Vuoi avere una probabilità di sopravvivere? Noi te la stiamo dando, anche se non abbiamo la certezza matematica che funzionerà.
La medicina non è una scienza esatta.
In medicina fa più clamore il morto del guarito.
Che cosa vuole che le dica, sono un dottore non Dio.
Abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare.
È così: si nasce e si muore, anche se dolorosamente, bisogna accettarlo. Ora mi scusi, mi chiamano.

Commenti:

sottoscrivo premesse e conclusioni, senza dimenticare però che gli 'aut aut' sono talvolta ingannevoli, riducono la gamma delle possibilità, fanno dimenticare che spesso sono degli 'et et' camuffati. l'uccellino infatti mangia e muore, qualche volta può scegliere cosa e come mangiare , e poiché è saggio è vegano e crudista.

ronchausen - 08.09.09 18:38

La società in cui viviamo è un aut aut. A tal punto che l'unica autentica possibilità di scelta è la morte. E viene da chiedersi se tutti i suicidi cui assistiamo non siano invero solamente l'unico disperato vagito di libertà rimasto ad un essere vivente. Ma in questo il paradosso, l'assurdo del mondo in cui viviamo è che l'unica libertà autentica è rappresentata dalla negazione della vita stessa.
Come posso scegliere di fronte alla mia malattia se chi mi cura lo fa facendomi dimenticare chi sono, dissezionando il mio corpo come un oggetto e pretendendo che i miei organi, il mio sangue e, se esiste, la mia anima, siano solamente dei componenti autonomi, degli ingranaggi di un macchinario? In una società che cancella la ritualità, il tempo lento della vita di ognuno di noi diventa solamente una somma di istanti slegati tra loro, in cui la storia e la vita di un essere vivente acquisiscono il loro senso nella morte anzichè nella vita! Viviamo di inganni parziali e continui, proprio perchè l'inganno più grande è credere che possiamo scegliere, che possiamo scegliere cosa mangiare, bere o respirare, quando non è così. La stessa conoscenza provoca la prigione delle scelte, poichè più il mio orizzonte si allarga e più esso diventa lontano e impossibile, inafferrabile e assurdo. Conosco come l'uomo è andato sulla luna, la composizione chimica del mio piede, conosco la fotosintesi clorofilliana, ma non so nulla di me, del me che di fronte alle scelte più cruciali si sgretola in una serie infinita di frammenti pronti per essere raccolti dallo scienziato, dal ciarlatano o dal religioso di turno.

max - 08.09.09 21:35

è vero che si può scegliere ben poco, ma qualcosa si può e si deve scegliere! negarlo è già assumere una posizione, significherebbe scrollarsi di dosso ogni responsabilità, rassegnarsi a un'impotenza (talvolta un po' troppo) comoda e che a lungo andare avvelena la vita. e questo è l'unico suicidio che conosce la nostra epoca, a mio avviso. non il gesto libero di stoica memoria, ma l'impulso cieco liberato dalla disperazione e dall'indifferenza, dalla rassegnazione e dalla noia.
e per me quella dell'uomo sulla luna resta una sovrana panzana!

ronchausen - 09.09.09 18:17

a proposito di vaccinazioni consiglio la lettura di questo articolo...

http://www.medicinenon.it/modules.php?name=News&file=article&sid=129&mode=&order=0&thold=0

la baronesse - 09.09.09 20:09

Conosco già le accuse dei detrattori e di quelli che diranno che sono le solite tesi dei complottisti. I complottisti, secondo il senso comune, sono coloro i quali vivono nella paranoia assolutamente non motivata che tutto quello che succede nel mondo sia opera di un grande burattinaio cospiratore (società farmaceutiche, Istituizioni, etc.etc.) che governa e decide le vite dei popoli. Il che corrisponde, a ben vedere, alla realtà. Ma, come per gli americani e i newyorchesi sull'11 settembre, quando la teoria del complotto diventa così assurda e truce da essere insopportabile, come anticorpi di fronte ad un morbo letale, scattano le giustificazioni e la burla di sopravvivenza. Come chi si trova in mezzo al mare con un salvagente e si mette a ridere dicendo che non è possibile che si trovi li, che è tutto uno scherzo, che fra pochi minuti sarà in spiaggia. Istinto di sopravvivenza. Dunque non è possibile che sia così, non è possibile che ciò sia accaduto, è tutto così assurdo che solo un complottista potrebbe inventare una cosa del genere. Idem dicasi per le cure farmaceutiche, i vaccini e quant'altro. O per chi si mette a leggere le etichette di ciò che si compera da mangiare: "ma cosa stai facendo? allora se ti metti a leggere quello non puoi più mangiare niente!". Questo è l'atteggiamento comune di cui mi sono defintivamente stufato. Di certo non sono tra quelli che fa le riunioni per parlare dell'insalata per tre ore, ma non sopporto più quelli che additano come affetti da sindrome paranoide chi cerca di andare a fondo delle cose, cercando di capire e conoscere. E non si sta parlando di filosofia, ma di come veniamo curati e di ciò che si mangia. Eccetera eccetera.

max - 10.09.09 11:20

Non è questione di complottisti e compagnia bella. Prendere e avere maggiore coscienza del mondo e di ciò che ci circonda (cibo compreso) è sacrosanto e doveroso. Ma credo però che ci siano persone che vanno ben al di là di questo modus vivendi e che devono trovare nemici da combattere ad ogni costo e lo fanno per cercare, magari inconsciamente, di trovare una giustificazione alle ingiustizie della vita.
Ma il tumore, il cancro, l'incidente mortale spesso, non sempre, non hanno cause, non hanno colpevoli, non hanno spiegazioni.
Secondo me la sindrome paranoide scatta proprio quando non si è preso coscienza che la vita è ingiusta perchè è così, punto e basta. E non c'è nulla da fare, con o senza vaccini, insalate biologiche e aria pulita.
Almeno credo.

Bardonecchia. - 10.09.09 11:53

Il fatalismo è figlio del capitalismo. Non posso fare nulla perchè tanto succederà. Prendo l'aereo e non mi curo che venga mantenuto a modo, mi interessa solo che costi meno il viaggio. Tanto se casca deve cascare. No porca troia. Le cose non stanno così. C'è chi lucra sulla mia vita, c'è chi dovrebbe seguire degli standard di sicurezza e non li segue, c'è chi sa che se quel timone a quell'altezza non regge lo produce lo stesso perchè tanto dopo 5 o 6 anni di commercio è solo questione di fatalità. Quanto è vero che non posso controllare tutto, tanto è vero che posso resistere, oppormi, obiettare. Non comperare, buttare la televisione nel cesso, non andare più alla coop, non mettere più i soldi in banca, non usare nemmeno più le mail se non per cose stringate e necessarie. Rompere il cazzo sempre, chiedere, non accontentarsi: è una vita d'inferno mi rendo conto, ma è il lascito delle vecchie generazioni. Questo abbiamo e questo dobbiamo decidere per i nostri figli. Se è solo questione di fatalità, se tanto deve succedere succeda, oppure se io posso fare qualcosa senza piegare la testa sempre e comunque perchè tanto cos' è sempre stato e sarà.

max - 10.09.09 13:29

Io mi riferivo al Caso, non al Fato. Son due cose ben diverse(Ronchausen, sbaglio?). Accettare che la nostra vita sia spesso governata dal Caso(sottolineo spesso, non sempre) è un atto di forza notevole, difficile da attuare ma, aimè, l'unico modo per sopportare le ingiustizie che accadono. Negare l'esistenza del caso e cercare colpevoli anche quando non ci sono è assurdo e paranoico.
Quello che tu sostieni, il modo di porsi nei confronti delle cose e delle persone, è pienamente condivilsibile e dovrebbe essere il punto di partenza di ogni individuo, la base su cui impostare la propria vita e le proprie relazioni.
Ma a mio avviso ciò è fattibile fino ad un certo punto oltre il quale

nemo ad impossibilia tenetur.

Bardonecchia ovest - 13.09.09 12:41

io non ho parlato né di Caso né di Fato. sono concetti che difficilmente si accordano con un qualsiasi discorso sulla responsabilità e la voglia di non rassegnarsi - il che non significa sentirsi 'padroni del proprio destino' o inseguire l'onniscienza delle cause fino alla dietrologia. per me questa è l'unica via, anzi, per esporsi completamente al radicale non-senso e fallimento dei propri riti e delle proprie superstizioni, e quindi paradossalmente 'salvar qualcosa' qui, ora, giorno per giorno. e anche se non so veder lontano, pensare ai figli e ai figli dei figli, al mondo del dopo la (mia) morte, non sono per il fatalismo di nessun tipo, con o senza maiuscole, con alcune o altre sfumature.

ronchausen - 14.09.09 16:13

Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S’è spezzato il legame dei tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo ad esso, in esso troppo creduto, e per noi non c’è un’attualità autosufficiente: abbiamo perso il senso del presente. Noi siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e d’altri ancora. La vita quotidiana è rimasta indietro. Seconda una splendida iperbole del primo Majakovskij, “l’altra gamba corre ancora nella via accanto”. Sappiamo già che i più intimi pensieri dei nostri padri erano in disaccordo con la loro vita quotidiana. Abbiamo letto pagine severe sulla vecchia vita mal aerata che prendevano a nolo. Ma i nostri padri avevano ancora dei residui di fede nel suo carattere confortevole e universale. Ai figli è rimasto soltanto un odio nudo per il ciarpame ancora più logoro ed estraneo di quella vita. Ed ecco che “i tentativi di organizzare la vita personale assomigliano agli esperimenti per scaldare un gelato”.

mimì - 16.09.09 18:50

Parole molto belle, Mimì, ma che stridono tra loro in un piccolo paradosso: abbiamo perso il senso del presente anche e soprattutto con le parole bellissime che usi. La vita quotidiana è rimasta indietro anche grazie alle magnifiche iperboli e ai discorsi tonanti che non attutiscono colpi ma ne sferrano di nuovi, nel vuoto. Molto spesso il tempo dell'arte è incompatibile con quello della vita, e fino a qui non si dice nulla di nuovo. Mi chiedo quando arrivi il tempo di far l'orecchio alle pagine per tornare in strada scalzi, a provare di nuovo quel dolore fisico tanto fraterno al silenzio delle nostre vite.

max - 17.09.09 15:15

- Ha qualcosa da giocarsi? – mi domandò, mentre guardava ancora le carte come se temesse che non fossero più lì.
- Il viaggio, se vuole.
- Quello di prima o quello di domani?
- Per me è lo stesso, - risposi.
- Cosa scommetteva il suo socio?
- Illusioni.
- Va bene, ci metta le sue allora.
- Credo che non me ne siano rimaste.
Toccai nella tasca la fotografia di Lem ma avevo solo 28 in mano e non me la sentii di puntarla.
- Una volta mi sono innamorato in maniera disperata, - fu la mia offerta.
- Si sarebbe ucciso per lei?
- Mi vede, sono ancora qua.
- Allora deve tirar fuori qualcosa di meglio. Deve essere un bel ricordo…Un viaggio in mare, un’isola deserta, che ne so…qualcosa che possa servirmi quando sarò solo nella foresta.
- Da bambino mi appariva un fantasma che entrava dal buco della serratura con un mantello e fumava parecchio…ma questo fumo non rimaneva.
- Questo per me è difficile da raccontare. Un tempo avevo un paio di bei ricordi ma li ho perduti a Médanos. L’ultimo me l’ha vinto il prete Salinas l’altra sera.
- Non le è rimasto niente? Nemmeno un’allegria piccola piccola?
- Mi rimane, se le sembra il caso, una ragazza di Chubut. Non era bella e non è venuta a letto, non si illuda.
- E’ già qualcosa.
- Quel giorno mi sono riuscite tutte. Mi creda, glielo dico modestamente.
Colucci socchiuse gli occhi e si spinse indietro con le sue carte strette contro la pancia-
- La vedevo dall’alto mentre camminavo sul filo e l’aria sembrava piena di elettricità. Si spellava le mani per quanto mi applaudiva. ‘Magari venisse sempre’ pensavo e mi lanciai in un doppio mortale che non è il mio forte. Mi riuscì perfetto, con gli ornamenti e tutto. Quando scesi in pista Zàrate mi gridò: ‘Indimenticabile, grosso’.
- E la ragazza?
- Rimase lì. Quando tutti erano andati via rimaneva lì a sedere. Allora mi avvicinai per parlarle e quando mi guardò capii che era felice. ‘Un’altra volta – mi disse – per favore’. Cosa dovevo dirle? Tornai al trapezio e andai avanti tutta la notte…All’alba si alzò piangendo, lasciò un fazzolettino sulla sedia e se ne andò.
- Un fantasma contro un fantasma.
Si attaccò alla bottiglia e rimase così fino a quando cominciò a soffocare e balzò in piedi tossendo. Non lo vedevo più, perso nel buio dell’osteria, ma poi lo sentii che faceva cadere una sedia e scagliava la bottiglia contro il muro.
- Dichiaro 28, merda! – gridò dal fondo di quelle rovine e poi si calò in un silenzio da morto per sentire come avrebbe perso un altro ricordo.
- Sono buone, - gli dissi e lancia le carte sul tavolo. Allora cominciò a ridere e apparve nella linea della luce, bianco di calce, ubriaco, improvvisamente felice.
- Cazzo, - mi disse – che spavento mi son preso.

ronchausen - 17.09.09 18:13

Il tempo per cercare le parole più adatte alla propria condizione non è tempo sprecato. Non ha a che fare con l'arte, né con la foga di lanciare anatemi che girino come mantra sgonfi. Le immagini si stanno portando via tutto. Perchè non ricominciare, anche, dalla scrittura, e poi la strada, le passioni condivise, l'amore, un lavoro che non mortifichi, tracciando con la matita grassa un solco che lasci quantomeno un alone. Ognuno disegni la propria mappa con gli strumenti a lui più affini, dal tesoro ai confini, dalla X alle terre sconosciute, affinando distanze e tempi di percorrenza. Incontrandoci in un punto a caso potremmo renderci conto di non aver lavorato per niente. Confido, ancora una volta e sempre, di fronte a tanta miseria, nell'uomo e nel mistero.

mimì - 17.09.09 20:08

Tra l'altro, baronessa, di chi è la gustosissima citazione?

mimì - 17.09.09 20:43

del giornalista argentino più straordinario di tutti i tempi...Osvaldo Soriano, Un'ombra ben presto sarai; del quale, se posso suggerire un titolo come pochi in sintonia con le parole che hai appena consegnato a questa pagina, resta per me L'ORA SENZ'OMBRA il romanzo più intenso.

baronesse - 17.09.09 21:25

Al tempo per cercare le parole va sostituito il tempo per mettere quelle parole sulla griglia, come carne, o come Asado, tanto per restare in clima degli stralci riportati. Scrivere e leggere ha a che fare sempre con l'arte, di qualsiasi rango essa sia. Il solipsismo della scrittura è anche solipsismo della lettura, e le due cose, spesso, vanno a braccetto. Alzi la mano quel lettore incallito che non hai mai sognato, nemmeno una volta, di saper scrivere bene. O non abbia nascosto fogli intrisi di parole nel cassetto, in qualche inutile tentativo di imitazione. Ma di che cosa stiamo parlando? Questo è il punto. Non viviamo più nel tempo dei caffè di Lisbona, dove tra fumi d'osteria si libravano colpi di poesia. E nemmeno nelle cantine buie a progettar futuri clandestini. Usciamo dal grande buco estetico del nostro destino e entriamo con la testa nello sfintere sporco del presente, così lercio che ti ci puoi solo aggrappre con le unghie poichè nessuna parola gli si attacca.
Dai.

max - 18.09.09 10:28

è vero che una imponente parte dell'arte, della letteratura come della pittura, della fotografia etc. è stata colonizzata dal bieco capitale ed è diventata lo strumento della quotidiana anestesia dei cuori e degli spiriti, ma alcune pagine, alcune scritture, qualche foto ancora hanno la potenza di bucare il reale, spalancare l'emozione, suscitare una comunità... è quest'ultima, a mio avviso, a fuggir il proprio senso di impotenza nel chiacchiericcio da caffè e aver perso una vera e propria intensità politica. come insegnavano gli storici francesi, per fortuna non esiste mai un solo presente: coesistono i caffè di lisbona e i miasmi delle megametropoli, i contadini che mangiano terra e fieno e le raffinerie della ies, le comunità agguerrite e quelle...in posa.
"Non v'è infatti menzogna più
spudorata di quella che consiste
nel sostenere, anche e soprattutto
in presenza dell'irreparabile, che
la ribellione non serve a nulla.
La ribellione trova in se stessa
la propria giustificazione,
indipendentemente dalla sua
possibilità di modificare o meno
lo stato di fatto che la determina.
E' la scintilla nel vento, ma la
scintilla che cerca la polveriera"
(A. Breton)

ronchausen - 18.09.09 15:45

A proposito di sfinteri, domani qualcuno compie gli anni...

gioppe - 18.09.09 17:43

"Ma di che cosa stiamo parlando? Questo è il punto."
Your words, not mine.
Il fatto che si stia vivendo probabilmente nel peggiore dei fondi possibili di questo grande barile merdoso non giustifica la messa al bando di concatenazioni di parole troppo lunghe da ricordare, figure retoriche, possibili presenti immaginati, mostri e chincaglierie del genere. Vedo che il telegramma muscoloso da azione sociale compatta, fortunatamente, non usa nemmeno in questi spazi. Perchè tanto astio mastro picchetto? Non esiste mai un solo presente, per fortuna. E non è un attitudine al reale, alle cose lerce, che esuli da responsabilità o prese di posizione. Vorrebbe essere un modo di fare e di pensare, forse un grande abbaglio che un giorno farà scoppiare gli occhi, fuori da una retorica capillare e unta onnipresente. Se quando combatteremo fianco a fianco mi darai il tuo profilo migliore non ne farò una questione estetica né cosmetica, darò la colpa al sole e al tuo profilo da eroe impavido.

mimì - 18.09.09 18:10

Qui Mastro Picchetto.
Si trema dagli scossini e c'è freddino quassù. Ma vi sento dall'oblò del mio cane randagio che vola verso il cosmo. Mi vedete? Vi stò facendo "ciao" con la mano.
Qui è appena scivolato sul vetro un riflesso di stella: pareva un occhio cieco di rana pescatrice immerso nell'oblio del nero nulla eterno spazio. Come il mio, e non più il vostro, esplodere in su, nel ventre del mio cane randagio con oblò. Cieco come rana pescatrice cieca, che accende la luce non per vedere, ma forse esser vista? Ma forse è solo per riscaldare un milionesimo di fondo nero del freddo oceano oblio che pare più piccino guardato dall'oblò.

Mastro Picchetto - 19.09.09 11:20

Se non mi sbaglio, auguri buontempone.

mimì - 19.09.09 18:11

E già che ci sono, visto che mi sembri così irritato quando le parole si fanno artistiche, svolazzanti, e soprattutto metaforicamente perverse, ti faccio un regalo che torna sul tema suggerito da questa pagina. E' un articolo di Giuseppe Genna. A caval donato...

http://www.giugenna.com/2009/09/16/il-miserabile-su-panorama-gli-italiani-sono-influenzati/#more-1948

mimì - 19.09.09 19:06


Giunge lontano il suo
sguardo,
vede attraverso le ore,
gli anni;
sul piatto sono
attesa, dubbio,
speranza:
vede il tempo, scorge i
giorni
che ignoti
ci raggiungeranno.
Eppure le è noto
anche l'antico detto:
il prezzo della fortuna è
la libertà,
il prezzo della libertà
il coraggio.


auguri sibillini, max!

ronchausen - 20.09.09 20:44