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Doppio zero. Il banco vince. (foto Reuters)

Km. 611

Doppio zero. Il banco vince. (foto Reuters)

Non ho molto da dire sulla fine di questo decennio, perchè tutto quello che potrebbe uscire dai miei pensieri sarebbe -ed è- brutto. Pare che l'ansia, la depressione, l'ossessione del bicchiere mezzo vuoto e l'incapacità di prendere le cose per il verso buono siano questione di Dna bacato. Insomma se ne dicono tante e ciascuno rimane alla fine col suo pugno di mosche o di caramelle. Ma le mosche vanno sulle caramelle no? Il bello di essere parassiti dell'ottimismo ha pochi eguali.
Vi lascio con le parole, mandatemi da un amico, di Antonio Scurati.

Gli anni passano, questo si sa. Gli anni passano, il decennio si chiude, il secolo in cui siamo nati e cresciuti è già alle spalle. Le generazioni degli uomini, poi, sono come le foglie, una cresce mentre l'altra svanisce. E anche questo da parecchio tempo si sa. Ma noi come ci stiamo preparando all'accelerato trascorrere del tempo storico, noi figli di una generazione che ha imparato a scrivere con la penna biro su quaderni a righe o a quadretti e ora digita sulla tastiera di un computer perfino le lettere agli amici lontani?

Classificando, commemorando, premiando, così facciamo i conti con gli anni che passano sempre più velocemente. Stiliamo innumerevoli classifiche di cose imperdibili, celebriamo anniversari in quantità industriale, commemoriamo quotidianamente eventi memorabili, assegniamo premi a dozzine, tutti prestigiosi. Classifiche, commemorazioni, premiazioni, questi sembrano essere oggi gli strumenti culturali che soccorrono il nostro affannoso sentimento del tempo. Una vera e propria Sindrome da Valutazione Compulsiva, questa sembra essere la risposta nevrotica al consumismo esistenziale che ci costringe a vivere, giorno dopo giorno, sotto il tallone di un'assoluta egemonia del presente, in cui ciò che vale della vita non è più ciò che può essere trasmesso alle generazioni future ma ciò che si può misurare sul metro breve della cronaca, in cui ogni azione si dissolve in comunicazione, ogni evento si risolve nel quadro non delle sue premesse e conseguenze ma dell'«effetto che fa».

Sarà capitato anche a voi nelle ultime settimane di partecipare, da lettori o da autori, al gioco di società tanto in voga sulle pagine dei giornali o su quelle di Internet: stilare classifiche di qualsiasi cosa, mettere uno dopo l'altro i primi dieci o i primi cento di qualsiasi categoria, i dieci libri del decennio, i cento film degli anni 00, la donna dell'anno, il manager dell'anno, l'arresto dell'anno, le immagini memorabili del secolo scorso o di quello in corso, la lista degli uomini e degli eventi da non dimenticare, i cantanti, gli scrittori, i calciatori da premiare con il nostro voto da casa, via cellulare o via tastiera. Insomma, tutto un mondo da salvare in memoria con un clic, con un solo impercettibile scatto del nostro dito indice.

Si potrà pensare che, in fondo, tutto ciò sia un bene, che il chiudersi degli anni 00 sulla necessità di reintrodurre la valutazione, la selezione, il merito, il premio all'eccellenza, sia una salutare controspinta storica rispetto al processo di deregolamentazione della vita sociale avvenuto a partire dagli anni 80 e, più ancora, rispetto al processo di destabilizzazione dei valori fondamentali delle culture occidentali cominciato con il '68. Ma non è così. Purtroppo l'estasi da Top Ten non inverte la proverbiale «perdita dei valori». Al contrario, stiliamo elenchi delle immagini memorabili perché reduci da un decennio senza precedenti quanto a volume d'immagini prodotte e proprio per questo privo di una sola immagine memorabile che non sia la bolla di fuoco dell'Undici Settembre. Stiliamo Top Ten di ogni cosa, ritenute democratiche e oggettive perché affidate allo spontaneismo di utenti e consumatori finali ma proprio per questo preda di un umorale gradimento, della volubilità di un istantaneo squittio emesso da un mouse elettronico. Il modello sembra essere quello degli indici di borsa, delle fluttuazioni del mercato finanziario ma, come scrive Mario Perniola, qui tutto è ancora più effimero e aleatorio. Il valore delle nostre infinite Top Ten è ancora più evanescente perché dietro di esse non c'è nessun metallo prezioso, nessuna moneta che valga come equivalente generale del valore di scambio.

Insomma, l'ossessione della pagellina da assegnare in cinque righe e in cinque minuti al libro, al film o al disco del momento non è segno di una rinascita dello spirito critico ma del trionfo dello spirito burocratico da funzionari della mediocrità intellettuale; la vertigine della lista che ci spinge a tradurre in verticalità gerarchicamente ordinata la spaesante orizzontalità congenerica del presente assoluto - una notte in cui tutte le vacche sono nere, un piano confusivo dove tutto sta con tutto, su cui non vale alcun metodo, alcun principio fondamentale e non ci sono entità distinte da valutare - è segno della nostra incapacità di compiere proprio quel gesto ordinatore tanto agognato; la nostra smania valutativa di fine decennio è sintomo della nostra sopravvenuta incapacità di assegnare valore alle cose.

La Sindrome da Classificazione Compulsiva rientra, insomma, nel nichilismo profetizzato da Nietzsche come cifra interpretativa della decadenza di una civiltà. Stiamo ancora pagando la perdita di un centro di gravità che ci faceva vivere, lo svalutarsi di tutti i valori un tempo supremi, immaginati in relazione a fini e realtà trascendenti. E l'arbitrio idiosincratico con cui un giorno eleviamo qualcosa o qualcuno in cima alla classifica dei nostri preferiti, per poi lasciarlo cadere solo un giorno dopo, questa perpetua ruota consumistica di valorizzazione svalutante è chiaro sintomo della nostra disperazione nichilistica.

Prendiamo le commemorazioni e le premiazioni. La spinta incessante a commemorare uomini ed eventi rientra in uno dei fenomeni culturali più rilevanti degli anni 00: il revisionismo. Per un intero decennio si è sistematicamente, e talora ossessivamente, sottoposto il passato recente a una rilettura che ne rivedesse significati e valori a lungo consolidati. Per quanto l'impresa sia stata a modo suo grandiosa e, certo, non priva di fascino, dobbiamo oggi concludere che il suo esito ultimo non è stata la fondazione di nuovi valori ma la svalutazione di quelli precedenti. In particolare, la rimasticatura trasvalutativa della storia del dopoguerra, questa incessante riscrittura epigonale della biografia di padri defunti o invecchiati, è servita ad abbattere, uno dopo l'altro, quelli che si ritenevano i falsi idoli della cosiddetta «cultura di sinistra» piuttosto che a creare nuovi dèi in cui credere. La macina del tempo della commemorazione revisionistica è, insomma, una macchina di distruzione valoriale che gira su se stessa in un incessante movimento sur place. Ci lascia, infallibilmente, in venerazione di tabernacoli vuoti.

Il proliferare di premi di ogni genere e sorta, infine, ribadisce l'attualità di una vecchia intuizione pessimistica. Già al principio dell'Ottocento, Leopardi descriveva la società italiana come un luogo in cui nessuno doveva essere riconosciuto più meritevole di un altro, di modo che ognuno fosse «pressappoco ugualmente onorato e disonorato». Il che calza a pennello al circo dei premi proliferanti, afflitto dal paradosso degli onori disonorevoli. Si pensi ai premi letterari (dal Nobel in giù). Un tempo avevano valore presso una cerchia interna e ristretta di esperti, appassionati, conoscitori, addetti ai lavori. Oggi, anche nei rari casi in cui conservano ancora qualche valore, lo conservano solo per gli esterni, per chi ignora i meccanismi e le macchinazioni da cui sono governati. Sopravvivono e prosperano in regime di piena esteriorità del loro valore riconosciuto.

Ciò è vero un po' per tutto il decennio 00 che ci lasciamo alle spalle. Il decennio in cui trionfa la cultura televisiva commerciale di massa che solo per comodità ipocrita assume il nome di berlusconismo, come se si potesse imputare unicamente al suo formidabile alfiere. Una cultura che molti avvertono come pericolosamente totalizzante. Eppure, nonostante il suo indubbio carattere pervasivo, ogni paragone con i totalitarismi del Novecento è del tutto fuori posto. A differenza dalle tragiche e grandiose forze storiche che l'hanno preceduta, questa cultura oggi egemone è quasi del tutto priva d'istanze proprie. Non si è affermata cercando di imporre un proprio sistema di valori, di pensiero, un ideale di vita o di comportamento che non ha, ma, al contrario, svuotando o demolendo tutti gli altri. In questo, e soltanto in questo, le si può riconoscere un profilo liberale e una forza sicuramente non coercitiva. La sua è stata una forza di erosione, non di formazione, una potenza di negazione non di affermazione, ha vinto facendo il vuoto non il pieno. Come ha giustamente osservato Pietrangelo Buttafuoco, l'avvento della cultura televisiva commerciale di massa ha fatto sì che legioni di vecchiette, un tempo dedite a sgranare rosari, oggi trascorrano i loro pomeriggi guardando in tv puttanate bestiali. Questi sono stati gli anni 00 che ci lasciamo alle spalle, gli anni in cui abbiamo imparato che due volte zero non fa mica uno.

Ciò che lasciano sul terreno è un «mondo atonale», un mondo in cui, secondo il filosofo Alain Badiou, manca l'intervento di un Significante Dominante che imponga un ordine sensato alla confusa molteplicità della realtà. In questo mondo, la pulsione a classificare, commemorare, premiare, configura un nevrotico passage à l'acte, un passaggio impulsivo all'azione non traducibile in parole o pensieri e che porta con sé un carico intollerabile di frustrazione, la frustrazione di chi è incapace di collocare l'esperienza della propria situazione all'interno di un tutto dotato di significato.

In questa situazione, per valutare le cose e le persone rimangono soltanto criteri esteriori. Su tutti, trionfa il più esteriore: il successo, questo banale participio passato del verbo succedere, di recente innalzato a metro di tutte le cose.

Antonio Scurati

Commenti:

Bella questa foto dell'agenzia Reuters, e molto intrigante anche il testo di Antonio Scurati. I decenni passano, certo, e sempre più palese ci si offre alla vista una realtà che d'istinto avremmo dovuto - già da molto - stendere sul balcone; e questa realtà recita così: il presente non esiste.

Il presente non esiste, perché ce lo hanno rubato o perché non è mai esistito (questo è da decidere). E mai c'è stato un centro di gravità, a meno che non vogliamo eleggere come tale quella lucina in fondo al tunnel, lucina che noi chiamiamo "domani". La Storia? E' il contrario di quella che vi raccontano! Il '68, ad esempio, non fu destabilizzante, bensì uno dei pochi punti fermi del XX secolo; fidatevi. Ma, a parte le leggende ammuffite (Dylan, Woodstock... la Beat Generation... Henry Miller...), a cosa possiamo aggrapparci? A niente!
La morte assurda di una persona cara, insieme alle grottesche teorie che risultano dalla visione del film "Donnie Darko", più questa foto della Reuters che ci mostra un naufrago che si illude di essere approdato alla sponda del Dorato Occidente mentre in realtà ha appena varcato la porta dell'Averno, sono prove a sufficienza: noi rimbalziamo come palline di ping pong tra futuro e ieri, incapaci di trovare - o inventarci - l'oggi.

Buon Anno Nuovo!

peter patti - 04.01.10 00:57

Dio, tu che sei sommo e tutto conosci, risolvi i nostri problemi dandoci oggi il nostro pane quotidiano.


max - 04.01.10 07:40

Dimenticavo: dacci oggi il nostro Blob quotidiano:

Victoria Beckham dice ad un' intervista alla rivista Girl: «Sì, è vero, ho speso troppo in regali. Non un milione di euro come scrivono, ma comunque troppo. Il consumismo è come una droga. Più si ha e più si vuole avere. Ma questo aiuta l'economia. La sobrietà non aiuta l'economia, la uccide. Invece se la gente che ha possibilità spende ne guadagna anche chi ha meno possibilità».

Il Papa: «Il futuro è nelle mani di Dio,
non di maghi e economisti. La nostra speranza è in Dio, non solo creatore ma anche padre». «L'anno nuovo sarà "buono" nella misura in cui ciascuno permetterà liberamente al divino di compiersi».

max - 04.01.10 09:33

Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.

mimì - 06.01.10 19:06

Se Victoria ha un milione di euro in meno non mi dispiace. Piuttosto vorrei che qualche economista scomunicato mi spiegasse l'aumento di spesa in cellulari nelle fasce basse di reddito e i sempre crescenti introiti di lotterie e superenalotto. Oltre che appunto lo spreco del pane. Ma non c'era la crisi?

gioppe - 07.01.10 12:24

Lo spreco del pane et il resto fanno parte sempre del sistema malato. Il consumo è alla base di tutto, il consumo compulsivo. L'operaio che esce alle 19 vuole il pane fresco in panificio. Ma il panificio xy vuole vendere di più rispetto a quello yz e quindi aggiunge nuove qualità. Il pane con la renna, il pane con lo squalo, il pane con la giaccavento. Ma alla fine il pane rimane in panne e con esso il panificio che lo deve buttare. Tanto la farina costa poco, tanto il lievito cinese conservato tra topi giganti del Bengala idem. Mmmm...che fragranza, che bontà!
Una volta le nonne si alzavano alle 5 del mattino e facevano il pane per una settimana.
Avete mai provato a farlo? Io si ed è difficilissimo.
Il pane fatto con la pasta acida e lievito naturale. Una volta c'era il forno comune (in Marocco ad esempio c'è ancora, Gioppe, you know) dove mandavano a cuocerlo. Ai tempi di nonni belli non miei -ahimè-. che conosco, mi dicono costasse 10 centesimi di lire a pagnotta. Passava il garzone con la tavola sulla spalla e in fila, sopra, tutte le pagnotte. E non c'era bisogno del cellulare.
E la crisi non c'è per le vacanze a Cortina (tutto esaurito) o per andare a Malindi a fare il brindisi nella Jacuzzi. Ma del resto, con un pelato plasticato che ti dice che per stare meglio e far girare l'economia devi spendere, il popolo caprone muggisce.
Beee. Muuuuu.
Il primo giorno di saldi l'uscita Mantova Sud era inagibile perchè a 200 m c'è l'Outlet della mia minchia fiappa.
Fuck the sys, non mi stancherò di ripeterlo. Mai.

max - 07.01.10 14:26

Le nostre care vecchie generazioni precedenti sono le stesse che non si sono mai fatti scrupoli prima di inquinare e sfruttare quello che potevano per tenersi quei 10 centesimi. E il pane del forno comune cresceva grazie a diserbanti che se li usassimo adesso Bush ci avrebbe già invaso. Nel superenalotto ci buttiamo i nostri soldi, non certo quelli di berlusconi, la tassa sulla stupidità che da secoli, immancabilmente, ingrassa il sistema che noi abbiamo creato e tuttora supportiamo con entusiasmo. Fuck ourselves

gioppe - 07.01.10 16:16

Gli scrupoli non se li è fatti chi si è fatto comperare dai soliti signorotti e feudatari che arrivavano con la pilla a comperar campagne, o a dire "se stai con noi vendi le tue uova e i tuoi polli, sennò ti boicottiamo e crepi di fame". A questo aggiungi lo sfruttamento forsennato del territorio grazie ad una semper nova, cara, calda tecnologia, quella che ti piace tanto, e al famigerato progresso. Sviluppo (?) tecnologico e mercato vanno di pari passo. Uno ingrassa l'altro: hai voglia tu ad inventar l'atomica e a dire poi che non deve essere usata a fini malvagi. Credo che parte delle vecchie generazioni sia stata costretta a dover fare delle scelte. Altri sicuramente le hanno fatte consapevolmente come dici. Ma uno sviluppo responsabile è possibile, basta mettersi un attimo d'accordo e capire che quasi tutti gli oggetti e le cose che usiamo sono inutili. Quindi la speranza del pane fatto in casa non è solo una visione romantica da fumetto di Natale, ma la possibilità di poter invertire la rotta, anche e soprattutto partendo dal basso.

max - 08.01.10 09:39

Le vecchie generazioni sono state costrette a fare delle scelte tanto quanto sono costrette a far certe scelte le generazioni attuali. Tu Max lo sai bene.
Un progresso responsabile non è possibile perchè non è possibile mettersi d'accordo.

Il pene mi da il pane - 11.01.10 18:05

Fuori da fraintendimenti sarebbe bene sottolineare che la responsabilità assomiglia più ad una tensione, un cammino da seguire con difficoltà, non ad una cosa che si tiene in mano e quante più se ne costruiscono più si va verso il meglio. Uno "sviluppo" responsabile, personale e condiviso, è un argine doveroso contro la distruzione di cose e persone che sempre ci ha anticipato con puntualità giapponese e ancora ci anticipa, è la parte che resiste. Un "progresso" responsabile mi sembra un controsenso, dato che nell'ultimo secolo, e oggi più che mai, le peggio devastazioni avevano "progresso" impresso a sangue sui loro vessilli. Ciò che deve rimanere salda è la volontà di cambiare anche pochissimo per ruotare di un passo le grandi ruote che macinano merda,
e non da gattopardi voler cambiare tutto perchè nulla cambi.

mimì - 12.01.10 21:32

Il problema è che a forza di piccole cose o piccoli passi si rimane sempre nella stessa area rivoluzionaria di 2 cm. Ha ragione Zerzan quando dice che scendere in piazza con le bandiere della protesta -o della pace- non serve a nulla. Servono, invece, azioni concrete anche quando queste sono violente. La violenza può essere espressa a diversi livelli: la violenza contro le persone non è sicuramente come la violenza contro le cose. E via discorrendo. Lo Stato e le Istituzioni violentano i propri cittadini ogni giorno. Con il loro comportamento assolutamente solipsistico e dall'egoismo nucleare, i politici fanno il loro porci comodi legiferando sulla nostra pelle. Devastano i luoghi dove viviamo, li rendono velenosi e invivibili. Costruiscono fabbriche a suon di tangenti e poi ci mettono dentro gli operai a crepare di cancro. Disintegrano chilometri di territorio per fornire servizi che non funzionano: pensiamo solo al progetto della Tav o a quello della linea "veloce" Bologna-Roma. E proprio anche riguardo alla Tav stessa, i piemontesi si stanno battendo per non farla costruire. Ma lo Stato gli mando i manganelli vestiti da autorità. Che Stato è quello che risponde con i manganelli? Che non ascolta chi abita in un luogo che viene distrutto per una cosa che non serve a nulla? Quanto ancora dovremo assistere ad un popolo caprone che muggisce piegando la testa a suon di Televisione Satellitare e partite di pallone, tra un grande Fratello e l'altro? Altro che Gattopardo!

max - 13.01.10 10:24

(niente, volevo solo delurkarmi visto che siamo intorno ai delurking days, e dirvi che ormai sono anni che vi ho nei feed e non vi toglierei per niente al mondo.)

anija - 14.01.10 15:18

Don't feed the animals.

gioppe - 14.01.10 21:48

Grazie Anija. We love u.

max - 15.01.10 08:49

L'emotività gioca brutti scherzi.
E io continuo a scommettere sulle persone.

mimì - 28.01.10 03:17

Mi scuso se ultimamente il blog va a strattoni ma sono in un periodo in cui vado a strattoni pure io.
Abbiate fiducia, come delle torte che faceva la nonna.

max - 28.01.10 10:14

“Il grillo cantò di nuovo, ora più a lungo e più teso. Mingo s’inginocchiò, incollò un orecchio al suolo e avanzò tra l’erbaccia. cacciò le mani tra certi cespugli e il grillo smise di cantare. quando tornò l’aveva delicatamente chiuso in pugno. accesi l’accendino per vederlo, mingo lo teneva stretto con attenzione per il corpo… me lo tese.
lo presi con un po’ d’apprensione; mi solleticò le dita cercando uno spiraglio da cui fuggire. chiusi le mani a conca e gli feci un posto comodo. di nuovo ebbi la sensazione di tornare indietro nel tempo, di essere un bambino. solo che adesso non avrei avuto nessuno cui raccontare l’avventura.
- Be’ – disse – Ora andiamo.
Aprii le dita e il grillo saltò via senza che riuscissi a vederlo. nelle mani mi rimase una breve sensazione di vuoto”.

forza max, siempre!
e.

ronchausen - 01.02.10 17:53